La crisi dell’edilizia piemontese: la conferma dei numeri

La crisi dell'edilizia piemontese, la conferma dei numeri

Il Piemonte, come del resto tutto il nord Italia, ha da sempre un panorama fiorente di imprese artigiane attive nel comparto edilizio. Si tratta di imprese spesso di piccole dimensioni (la dimensione media è di 1,7 addetti per impresa), a gestione il più delle volte familiare, con una storia pluridecennale di attività locale consolidata nel raggio geografico cittadino o provinciale.

E’ quella parte del tessuto imprenditoriale italiano più radicato sul territorio, che con il suo indotto ha per decenni mosso l’economia delle regioni.

Si è parlato molto della crisi del mattone, come espressione quasi riassuntiva della più ampia crisi del 2008.

E c’è in effetti davvero poco da dire, perché i numeri parlano chiaro.

La Confartigianato piemontese infatti ci dice che nello stretto giro di un anno – tra 2016 e 2017 – le imprese artigiane piemontesi del settore edilizio sono diminuite del 3% [link all’articolo di cuneocronaca].

Significa una perdita di quasi 1200 imprese in un anno: 562 solo nel capoluogo della Regione, che tradizionalmente occupa poco più della metà di tutte le imprese del settore.

E’ la conferma di come la crisi abbia mietuto la maggior parte delle sue vittime proprio tra i piccoli imprenditori e gli artigiani. La crisi dell’edilizia è infatti la crisi dell’artigianato – in Piemonte, le imprese artigiane sono quasi i tre quarti dell’intero comparto (contro una media nazionale del 57,9%).

Si sono visti attorno al 2015 dei flebili segnali di ripresa: si trattava tuttavia dell’inizio di una fase di stallo, fatto salvo l’ambito delle ristrutturazioni e riqualificazioni energetiche dei vecchi edifici che, invece, rappresenta l’unico segmento di mercato in crescita.

Per questo, bisogna ringraziare gli incentivi fiscali, dei quali si può facilmente prevedere il benefico influsso per il comparto delle proroghe per il 2019.

Tuttavia – ma questo riguarda qualunque ambito imprenditoriale, e le imprese edilizie non fanno certo eccezione – pensare a realizzare il proprio prodotto e realizzarlo bene non è più sufficiente.

Pensare fuori dagli schemi è prioritario.

Per la prima volta, l’imprenditore che vuole farcela ha l’obbligo di padroneggiare le materie economiche, per non invischiarsi con la gestione dei costi di gestione. Deve saperne di discipline umanistiche (non ultima la psicologia) per affiancare al meglio i propri collaboratori con le tanto decantate soft skills. Deve avere più che un’infarinatura di marketing, per non fare passi falsi con la propria comunicazione in un mondo nel quale parole, immagini e commenti si muovono a velocità mai viste.

Una discreta dose di follia, e il mix è completo.

Il rischio d’impresa, oggi più che mai, va saputo affrontarlo: deve essere gestito da tutti i punti di vista, senza lasciarsi sopraffare dalla paura e da uno scenario economico e sociale che – ormai è assodato, e non ci sono più scuse – non è più favorevole come 40 anni fa.

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